Sette app in pochi giorni
A inizio ottobre uno sviluppatore di Atlanta, Brandon Thomas, ha pubblicato ArtCraft: sette applicazioni open source che rifanno Photoshop, Lightroom, Illustrator, Premiere e le altre della suite Adobe. Scritte in Rust, con Claude Opus 5.5, rilasciate con licenza MIT o Apache 2.0. Qualche giorno dopo sono arrivati anche i cloni di Word, Excel e PowerPoint.
In otto giorni i repository hanno superato le 42.000 stelle su GitHub. Il clone di Photoshop da solo ne aveva più di 23.000, insieme a 447 issue aperte.
La reazione è stata quella che vi immaginate. Sui social e su Reddit si legge che il software proprietario è finito, che Adobe ha i giorni contati, che finalmente l’open source si riprende quello che le Big Tech gli hanno preso. Uno dei fondatori di ArtCraft l’ha chiamato una specie di karma cosmico. Intanto tra i repository più in tendenza su GitHub è finito uno strumento che promette di far smontare a un agente qualsiasi applicazione.
Capisco l’entusiasmo. Chi ha pagato per anni un abbonamento Adobe, con penali di disdetta e il cloud obbligatorio, ha più di un motivo per godersi il momento. Però da tech lead, e da persona che il software lo costruisce per i clienti, sento il bisogno di frenare un attimo. Ci sono due domande che in questo coro non sento fare.
L’open source vive se qualcuno ci investe
Sia chiaro: l’open source è uno dei motori di innovazione più potenti che abbiamo. Linux, PostgreSQL, Kubernetes, gran parte dello stack su cui lavoro ogni giorno. Nessuno di noi tornerebbe indietro.
Ma questi progetti non sono nati dal nulla e non stanno in piedi da soli. Dietro Linux ci sono aziende che pagano migliaia di sviluppatori. Dietro Kubernetes c’è stato Google, e poi una fondazione finanziata da chi su Kubernetes ci guadagna. L’open source che dura è quasi sempre quello attorno a cui qualcuno ha costruito un modello economico.
Quando quel modello si rompe, succede quello che abbiamo visto con Elastic, Redis, HashiCorp. Aziende che avevano scelto l’open source hanno cambiato licenza, perché altri prendevano il loro lavoro e lo rivendevano senza restituire nulla. Ogni volta la comunità si è indignata. Ogni volta il problema era lo stesso: chi investe deve poter recuperare l’investimento.
C’è poi l’altro lato, quello di chi il software lo adotta. Un’azienda che sceglie uno strumento non compra solo funzionalità. Compra la ragionevole certezza che tra tre anni esisterà ancora, che le vulnerabilità verranno corrette, che i file di oggi si apriranno domani, che ci sarà qualcuno da chiamare quando qualcosa si rompe.
Un clone in alpha con centinaia di issue aperte e un team di quattro persone non offre niente di tutto questo. Può diventarlo, e glielo auguro. Ma oggi è un prototipo impressionante, non un’alternativa su cui un’azienda può basare il proprio lavoro. Chi lo confonde con una sostituzione pronta all’uso fa lo stesso errore di chi giudica un progetto dalla demo.
Se copiare costa una settimana, chi paga la ricerca?
La seconda domanda mi preoccupa di più. Photoshop non è diventato Photoshop in una settimana. Dietro ci sono più di trent’anni di tentativi, funzioni nate e abbandonate, migliaia di conversazioni con fotografi e designer per capire cosa serviva davvero. Quel lavoro è la parte costosa. Scrivere il codice, a un certo punto, è stato il meno.
Il reverse engineering, anche nella versione “clean-room” che ArtCraft rivendica, parte dal comportamento osservabile. Copia la risposta. Non rifà il percorso che ha portato a quella risposta, e non saprebbe rifarlo per la prossima.
Ora provate a mettervi nei panni di chi decide un budget di ricerca e sviluppo. Se una qualunque innovazione visibile può essere replicata in pochi giorni da un piccolo team con un modello, il ritorno di quell’investimento si accorcia drasticamente. La conseguenza razionale è investire meno, o chiudersi di più: brevetti, codice offuscato, funzioni spostate sul server dove nessuno le può osservare. Non a caso ad aprile Airbus ha annunciato l’acquisizione di un’azienda specializzata proprio nel proteggere il software dal reverse engineering fatto con l’AI.
Qui c’è un paradosso che i più entusiasti non vedono. I cloni copiano lo stato dell’arte di oggi. Se smettiamo di finanziare chi lo spinge avanti, tra cinque anni avremo ottimi cloni di software fermo al 2026. Il copiatore vive del lavoro dell’innovatore. Senza l’innovatore resta poco da copiare.
E vale la pena notare un dettaglio: nemmeno ArtCraft è beneficenza. Le app sono gratuite, ma il progetto si finanzia vendendo l’accesso al proprio modello di generazione di immagini, integrato nelle app stesse. L’open source, qui, è un canale di distribuzione. Legittimo, ma è un modello di business come gli altri.
Quello che non si copia guardando lo schermo
Non credo però che la ricerca sparisca. Credo che si sposti. Se le funzionalità visibili diventano facili da replicare, il valore si concentra su ciò che dall’esterno non si vede.
- La conoscenza del dominio. Sapere perché un fotografo lavora in un certo modo vale più dello strumento che lo asseconda.
- I dati e l’integrazione. Un prodotto inserito nei processi di un cliente, collegato ai suoi sistemi, non si sostituisce clonando l’interfaccia.
- L’affidabilità nel tempo. Aggiornamenti, sicurezza, compatibilità, supporto. Tutto quello che un’azienda compra quando sceglie un fornitore.
- La relazione. Chi conosce il cliente sa cosa costruire dopo. Il clone sa solo cosa è già stato costruito.
Il vantaggio competitivo basato sulle feature si sta comprimendo. Quello basato sulla fiducia e sulla continuità, secondo me, vale ogni giorno di più.
Cosa ne faccio io, da tech lead
Nel mio lavoro questa storia si traduce in due abitudini.
La prima riguarda le scelte tecnologiche. Quando il team propone uno strumento open source, la domanda non è “è gratis?” e nemmeno “funziona?”. È: chi lo manterrà tra tre anni, e con quali soldi? Se la risposta è “quattro persone entusiaste e tante stelle su GitHub”, ci va un piano B.
La seconda riguarda il valore di quello che facciamo per i clienti. Se un’interfaccia si può rifare in un pomeriggio con un modello, il nostro valore non è mai stato l’interfaccia. È capire il problema, mantenere il sistema, farlo evolvere quando il contesto cambia. È lo stesso discorso che faccio da mesi sul software generato con l’AI: scriverlo è diventato facile, tenerlo in piedi no.
L’open source resta una delle cose migliori che il nostro settore abbia prodotto. Proprio per questo merita più di un applauso ogni volta che qualcuno clona un prodotto famoso. Merita la domanda scomoda su chi pagherà la prossima idea, quella che oggi ancora nessuno può copiare.
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